Accettazione, Autostima e il Cammino di Ritorno a Sé
Per molto tempo nella mia vita ho fatto cose principalmente per essere accettato. Per sentirmi "a posto", per ricevere una conferma esterna che, dentro, mi mancava. A volte era una parola gentile, a volte uno sguardo di approvazione, altre volte ancora il semplice non essere escluso. Ero convinto che adattarmi, dare il massimo, dire di sì anche quando dentro di me urlavo un no, fosse la via giusta per costruirmi un posto nel mondo.
Un posto, certo, ma non mio.
Se ripercorro quei momenti, mi accorgo di quanto poco spazio dessi a me stesso. Non ascoltavo davvero i miei bisogni, i miei desideri profondi.
Col tempo, questo vivere costantemente rivolto verso l’esterno mi ha logorato. Sentivo una stanchezza sottile, ma persistente, un senso di insoddisfazione che non trovava mai pace, nemmeno dopo un successo, nemmeno dopo un riconoscimento. Bastava poco, un commento storto, un'assenza di attenzione, per farmi sprofondare di nuovo. E più cercavo di "fare" per piacere, più mi allontanavo da me stesso.
Il bisogno di essere accettati nasce, spesso, da una mancanza di fiducia profonda. Da quella crepa invisibile che, a un certo punto della vita, si è aperta e ci ha fatto dubitare del nostro valore intrinseco. Inizia così una rincorsa infinita: se non mi sento abbastanza, allora devo diventarlo agli occhi degli altri. Devo dimostrare. Devo meritare.
Nel mio cammino di crescita spirituale, che non è stato e non è lineare, né sempre consapevole, ho iniziato a vedere questa dinamica. Non è stata una rivelazione improvvisa, non ho avuto un'illuminazione che ha dissolto tutto d'un colpo. È stato piuttosto un lento disvelarsi. Come se togliessi uno strato di polvere alla volta da uno specchio.
Attraverso la meditazione, l’ascolto interiore, lo studio di testi che parlano di Anima, di Essenza, di vera natura, qualcosa ha cominciato a cambiare. Ho iniziato a intuire, prima ancora che comprendere razionalmente, che non dovevo "diventare" niente per meritare amore. Che, forse, il lavoro vero non era "fare di più", ma "fare di meno", essere più autenticamente me stesso.
Eppure, anche qui, il percorso è stato (ed è) fatto di cadute e di ritorni.
Ci sono giorni in cui il vecchio schema ritorna, in cui sento ancora il bisogno di una pacca sulla spalla, di un "bravo" che venga da fuori. E mi accorgo che va bene così. Non si tratta di combattere quei bisogni, ma di accoglierli, guardarli negli occhi senza giudicarli.
La differenza, rispetto a prima, è che ora so riconoscerli. So che quel bisogno di approvazione non è la mia guida, non è il mio centro. È solo una parte di me che chiede attenzione. E posso decidere, ogni volta, se seguirla o meno.
Il percorso spirituale che sto seguendo mi ha insegnato che il vero valore non può dipendere da qualcosa di esterno. È qualcosa che "è", semplicemente.
Questo non significa che non sia bello ricevere affetto, apprezzamento, gratitudine. Ma non sono più, o almeno, sempre meno, la mia fonte primaria di nutrimento, di gratificazione. Non sono il metro con cui misuro chi sono.
Riconoscere questa verità, anche solo a sprazzi, mi ha reso più libero. Più vero. Mi ha permesso di iniziare a dire dei no senza paura di essere rifiutato. Di scegliere senza il peso di dover compiacere. Di poter sbagliare senza giudicarmi
E, paradossalmente, proprio quando ho smesso di cercare disperatamente accettazione, ho iniziato a costruire relazioni più autentiche. Perché l'altro non sentiva più il bisogno nascosto, il contratto non detto che recitava: "Accettami, ti prego". Poteva vedermi per quello che sono, senza filtri. E io potevo finalmente offrirmi, senza maschere.
Non è un cammino finito. Forse non finirà mai. Ma ogni passo che faccio in questa direzione mi avvicina a una verità che sento sempre più mia: io sono già "abbastanza", anche quando non faccio nulla per dimostrarlo.
E questo spazio nuovo che si apre, questo spazio di libertà tra il bisogno e la risposta, è il luogo dove posso finalmente riposare.
Dove posso, finalmente, Essere.
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