Fisica quantistica e spiritualità: cosa si tocca davvero, e cosa no
Una premessa, prima di tutto: questo articolo non nasce per dire che l'esperienza spirituale non sia reale, o che le cose che sentiamo dentro durante una meditazione, un rituale, un momento di connessione profonda con qualcosa di più grande non contino. Nasce da una domanda più piccola e più precisa: la fisica quantistica ha davvero bisogno di essere chiamata in causa per spiegare tutto questo? O queste cose possono reggersi benissimo da sole, per quello che sono, senza il prestito di un linguaggio scientifico che forse non le serve?
Mi capita spesso, in ambienti di meditazione, crescita personale e spiritualità, di sentire frasi come "siamo tutti uno, lo dice la fisica quantistica" o "le energie sottili influenzano la materia, è provato scientificamente". Lo dico con rispetto, perché anch'io per anni ho ripetuto e ripeto tutt'ora cose simili. Poi ho deciso di andare a vedere cosa dicono per davvero i fisici, e cosa no. Il risultato è più interessante e più sfumato di quanto avessi pensato, e lo condivido qui.
Cosa dice davvero la fisica quantistica (in breve, promesso)
Niente formule, ma due concetti servono per capire il resto dell'articolo.
Il primo è la sovrapposizione: a livello subatomico, una particella può trovarsi in più stati possibili contemporaneamente, finché non viene misurata. Il secondo è l'entanglement, l'intreccio quantistico: due particelle possono restare "collegate" in modo che lo stato dell'una influenzi istantaneamente lo stato dell'altra, anche a distanza.
Sono fenomeni reali, verificati in laboratorio migliaia di volte. Nel 2022 il Nobel per la Fisica è andato a John Clauser, Alain Aspect e Anton Zeilinger proprio per aver dimostrato sperimentalmente la violazione delle disuguaglianze di Bell, la conferma che l'entanglement non è un'ipotesi ma qualcosa di misurabile.
Quello su cui vale la pena fare chiarezza è cosa succede quando queste due parole, sovrapposizione ed entanglement, escono dal laboratorio ed entrano in un discorso su energie e connessione universale. Non è un terreno vietato. È un terreno dove serve solo un po' di cautela in più.
Da dove nasce l'incontro tra fisica e spiritualità
Non è un'invenzione recente, e non è nata da persone in cerca di scorciatoie. È nata, in parte, dagli stessi fisici che la meccanica quantistica l'hanno costruita.
Werner Heisenberg e Erwin Schrödinger, negli anni '20 e '30 del secolo scorso, avevano un interesse personale sincero per la filosofia orientale. Lo tenevano però distinto dal lavoro scientifico: una cosa era la fisica pubblicata, un'altra le loro letture e riflessioni private.
Il salto arriva nel 1975, quando il fisico Fritjof Capra pubblica Il Tao della fisica, un libro che mette in parallelo i concetti della meccanica quantistica con il taoismo e il buddismo. Lo stesso anno, a Berkeley, un gruppo di giovani fisici, tra cui Capra, Jack Sarfatti, Nick Herbert, Fred Alan Wolf, fonda il Fundamental Fysiks Group: incontri informali del venerdì pomeriggio per discutere le implicazioni filosofiche della meccanica quantistica, con alcuni membri interessati anche a telepatia e parapsicologia. Nel 1979 arriva un altro libro dello stesso filone, La danza dei maestri Wu Li di Gary Zukav.
È un incrocio genuinamente complicato: persone che fanno fisica vera la mattina, e si interrogano su coscienza e connessione universale il pomeriggio. Tra poco arrivo al punto più sorprendente di questa storia, perché da quel gruppo così ibrido è uscito qualcosa di scientificamente solido, in modo del tutto inatteso.
Il caso più delicato: la "guarigione quantistica"
Nel 1989 Deepak Chopra pubblica Quantum Healing, seguito nel 1993 da Ageless Body, Timeless Mind. La tesi: fenomeni quantistici come la dualità onda-particella avrebbero un ruolo diretto nella salute e nel benessere, e l'intenzione cosciente potrebbe agire sugli stati quantistici del corpo per guarirlo.
Qui il punto critico, quello su cui quasi tutti i fisici concordano, è tecnico più che ideologico: gli effetti quantistici osservabili riguardano particelle singole o sistemi isolati su scale infinitesimali. Un corpo umano, fatto di miliardi di miliardi di atomi a temperatura ambiente, è un ambiente troppo "caldo" e troppo grande perché quegli effetti si mantengano: vengono dissolti quasi istantaneamente da un processo chiamato decoerenza, su cui torno tra poco.
Il fisico Brian Cox ha espresso una preoccupazione che condivido: usare la parola "quantum" in modo impreciso non è solo una questione di rigore accademico. Rischia di confondere le persone su cosa la scienza può davvero dire, e nel caso della salute, di allontanarle da cure che funzionano per davvero. Non è un giudizio su chi crede nella guarigione energetica (io ci credo), che resta una scelta personale legittima: è un invito a non appoggiarla su una base scientifica che, semplicemente, non la sostiene.
Un caso più serio e più ambiguo: Pauli e Jung
Se la guarigione quantistica è un esempio abbastanza chiaro di prestito linguistico, Wolfgang Pauli è la storia che rende tutto più complesso.
Pauli era uno dei fisici più importanti del Novecento: principio di esclusione, previsione del neutrino, un Nobel già scritto nel suo destino. Tra il 1927 e il 1930, però, la sua vita privata attraversa una crisi profonda: il suicidio della madre, il rapporto difficile con il nuovo matrimonio del padre, un proprio matrimonio finito dopo poche settimane. Il padre gli consiglia di rivolgersi a Carl Gustav Jung.
Da lì nasce una relazione che dura vent'anni, prima come paziente, poi come corrispondente e collaboratore. Pauli condivide con Jung più di 1.300 sogni. Nel 1952 pubblicano insieme Naturerklärung und Psyche, un testo che intreccia la teoria junghiana della sincronicità, le "coincidenze significative" senza nesso causale, con le intuizioni di Pauli sulla casualità quantistica.
È una storia diversa da quella di Chopra: qui c'è un fisico autentico, tra i più rigorosi della sua generazione, che dedica vent'anni a un'idea ai margini della scienza ufficiale. Va detto con altrettanta onestà che resta un caso isolato e mai confermato sperimentalmente: la comunità scientifica non ha mai validato la sincronicità come concetto operativo, e persino Niels Bohr, altro gigante della fisica quantistica, respinse già nel 1927 l'idea che la coscienza avesse un ruolo diretto nel comportamento della materia a livello quantistico. Ma la serietà con cui Pauli ci si è dedicato dice qualcosa di importante: la domanda in sé non era ridicola, nemmeno per un fisico di quel calibro.
Quando quell'incontro ha prodotto vera scienza
Ed eccoci al pezzo che trovo più bello di tutta questa storia, quello che raramente viene raccontato.
Torniamo al Fundamental Fysiks Group del 1975, lo stesso di Capra, quello interessato anche a telepatia e coscienza universale. Quel gruppo, nella sua ricerca, si mette a studiare a fondo il teorema di Bell, all'epoca quasi dimenticato dalla fisica accademica, e lo riporta al centro del dibattito scientifico. Nel 1981 uno dei membri, Nick Herbert, propone un metodo per usare l'entanglement per trasmettere segnali più veloci della luce. L'idea si rivela sbagliata, e viene confutata in fretta, ma proprio nel confutarla tre fisici, William Wootters, Wojciech Zurek e Dennis Dieks, arrivano nel 1982 al teorema di no-cloning: è impossibile copiare perfettamente uno stato quantistico sconosciuto. Un risultato che oggi è uno dei fondamenti della crittografia quantistica e dell'informatica quantistica.
E John Clauser, il fisico che ho citato prima per il Nobel 2022 sull'entanglement, era anche lui in quel gruppo.
È una storia che trovo bellissima proprio per la sua ambiguità: un gruppo di fisici affascinati dall'idea che la quantistica potesse spiegare la telepatia ha comunque contribuito a gettare le basi scientifiche che oggi usiamo per la crittografia quantistica, e uno di loro ci ha vinto un Nobel, cinquant'anni dopo, per ragioni molto diverse da quelle per cui era partito. Non è una prova che il misticismo quantistico avesse ragione. È una prova che le domande sincere, anche quando nascono da un posto disordinato, a volte portano lontano.
Perché il cervello, probabilmente, non è un computer quantistico
Torno alla decoerenza, perché è il punto tecnico più solido per capire i limiti di un'idea molto diffusa: che la coscienza, o le "energie sottili", agiscano attraverso meccanismi quantistici nel cervello o nel corpo.
Nel 2000 il fisico Max Tegmark ha pubblicato uno studio, Importance of quantum decoherence in brain processes, in cui calcola quanto tempo servirebbe perché gli stati quantistici nel cervello si "decoerano", cioè perdano le loro proprietà quantistiche per interazione con l'ambiente circostante. Il risultato: tra 10^-13 e 10^-20 secondi. I processi neuronali, gli impulsi elettrici che usiamo per pensare, avvengono su scale di circa 10^-3 secondi, un milione di miliardi di volte più lenti.
In pratica: anche se nel cervello ci fossero effetti quantistici rilevanti, si dissolverebbero prima ancora che un neurone finisca di trasmettere un singolo impulso. Questo non significa che la mente o la coscienza non abbiano un ruolo profondo nell'esperienza umana, significa solo che quel ruolo, qualunque esso sia, probabilmente non passa da lì.
Va detto per completezza che non tutti i fisici la considerano una questione del tutto chiusa: Roger Penrose, insieme all'anestesista Stuart Hameroff, ha proposto una teoria, la riduzione oggettiva orchestrata (Orch-OR), che prova a tenere in piedi un ruolo per effetti quantistici nella coscienza, provando ad aggirare proprio l'obiezione di Tegmark. È un'ipotesi di minoranza, molto discussa e molto criticata, ma proposta da un fisico del calibro di Penrose, e pubblicata su riviste scientifiche disposte a essere smentite. È un buon esempio di come si possa portare avanti un'intuizione non convenzionale restando dentro il metodo scientifico.
Cosa mi porto a casa da questa ricerca
Se devo tirare una somma onesta, è questa.
La fisica quantistica, per come la conosciamo oggi, non dice nulla di diretto sulla coscienza, sull'intenzione che guarisce, sull'energia che collega tutte le cose. Questo non significa che quelle esperienze non siano vere o non abbiano valore: significa solo che probabilmente non hanno bisogno della fisica per essere vere. Un'esperienza di connessione profonda, un momento di guarigione vissuto durante una pratica energetica, la sensazione che tutto sia collegato: restano esperienze umane reali, che si possono raccontare e onorare senza dover cercare in un articolo scientifico la conferma che "è vero perché lo dice la scienza".
Allo stesso tempo, la storia raccontata qui sopra mostra qualcosa che apprezzo molto: fisici veri, alcuni tra i più importanti del secolo, hanno preso sul serio domande scomode sulla coscienza, sulla sincronicità, sul confine tra osservatore e osservato. Da quella ricerca disordinata è uscita, qualche volta, scienza vera. Non perché la spiritualità e la fisica dicano necessariamente la stessa cosa, ma perché prendere sul serio una domanda, da qualunque parte arrivi, porta quasi sempre a scoprire qualcosa.
Per quello che vale, io la penso così: la meditazione, le pratiche energetiche e esperienze spirituali, per me, non hanno bisogno della fisica quantistica per giustificarsi. Non hanno bisogno di sembrare scientifiche per essere utili. Fermarsi, respirare, guardare cosa succede dentro, e come cambia il mondo fuori, funziona o non funziona (secondo me funziona), per ragioni che restano tutte da esplorare, e non c'è niente di male nel lasciarle aperte invece di chiuderle in fretta con un prestito linguistico. A volte "non lo so ancora" è una risposta più onesta di una citazione fuori contesto, e per me va benissimo così.
Per approfondire
- Quantum mysticism - Wikipedia
- The Nobel Prize in Physics 2022 - premio a Clauser, Aspect, Zeilinger
- Fundamental Fysiks Group - Wikipedia
- Tegmark M., "Importance of quantum decoherence in brain processes", Physical Review E, 2000 (PDF)
- Quantum healing - Wikipedia, sezione critiche
- Pauli e Jung: la storia della sincronicità - Nautilus
- How the Hippies Saved Physics, David Kaiser - Wikipedia
Un ultimo avviso, come sempre: non sono un fisico. Ho controllato le fonti che ho citato, ma se trovi un'imprecisione scrivimelo, correggo volentieri.