Come smettere di ripensare a quello che è già successo
Una frase detta male, una scelta di anni fa, e parte il film dei "se". Perché succede, cosa farne davvero e un trucco piccolo con l'ordine delle parole.
Capita nei momenti più banali. Stai lavando i piatti, aspetti il semaforo verde, sei quasi addormentato. Nessun motivo, nessun invito. Eppure da qualche parte riemerge una battuta uscita male, un messaggio che non hai mandato, una decisione di dieci anni fa.
E subito dopo, puntuale, arriva lui: "se".
Se avessi risposto in un altro modo, se fossi rimasto, se l'avessi capito prima. Da lì in poi riscrivi la scena, ogni volta con un finale un po' diverso, e ogni volta ti lasci uguale a prima.
Il "se" e il suo vizio
Se ci fai caso, questi pensieri hanno tutti lo stesso difetto: parlano di una cosa chiusa. Quello che è stato detto è stato detto, quello che è stato fatto è stato fatto. Su quel punto non hai più margine.
Un margine però c'è, ed è piccolo. Puoi tornarci sopra una volta, con calma, e chiederti cosa ti ha insegnato. Quella è riflessione, e serve. Tutto il resto è rimuginare, che è un'altra faccenda. Rivedere la stessa scena per la quarantesima volta non ti porta un dato in più. Somiglia a riaprire una mail già inviata, sperando di trovarci scritto qualcos'altro.
Perché non riusciamo a smettere
Una ragione, secondo me, è che ci sembra di lavorare. Restare lì a rimuginare dà l'impressione di essere seri, di assumersi le proprie colpe, di pagare un debito. Come se soffrire un po' ogni giorno fosse la rata da versare.
Solo che quel debito non si estingue. Continui a pagare e sei sempre allo stesso punto.
Ci aiuta poco anche il fatto che questi pensieri ci sembrano normali, quasi dovuti. "È umano, ci ripenso." Certo che è umano. Ma essere umano e fare bene sono due cose diverse. E non vale nemmeno la tattica di spegnerli a forza: più li spingi giù, più tornano su con gli interessi.
Il filtro che uso io
Quando mi accorgo che sta partendo un "se", mi fermo e mi chiedo: in tutto questo, c'è qualcosa che posso fare oggi?
Se la risposta è sì, di solito è una cosa piccola e scomoda. Una telefonata rimandata, due righe di scuse, una spiegazione dovuta da tempo. La faccio, e il pensiero non ha più motivo di tornare. Se la risposta è no, mi tengo l'insegnamento, lo riduco a una riga e lo lascio andare.
Cambiare l'ordine, non i fatti
C'è poi un gioco con le parole che trovo sorprendentemente efficace. Parte da come racconti a te stesso quello che è successo. Prendi questa frase:
"Ho detto quello che pensavo, ma potevo dirlo con più calma."
Ora rigirala:
"Potevo dirlo con più calma, ma ho detto quello che pensavo."
Gli elementi sono gli stessi, ma quello che pesa è sempre l'ultimo pezzo. Nella prima versione ti rimane addosso l'errore. Nella seconda ti rimangono due cose utili: sai che hai avuto il coraggio di parlare e sai come farlo meglio la prossima volta.
Una precisazione, per non farne un alibi: se la tua frase ha fatto male a qualcuno, riordinarla non basta. Quella telefonata di cui sopra è ancora lì che aspetta. Il trucco ti aiuta a scegliere cosa portarti dietro, non a far finta che non sia successo niente.
Da provare adesso, in due minuti
Scegli un "se" che ti ritorna spesso. Uno solo.
Chiediti se oggi puoi fare qualcosa a riguardo.
Se sì, appuntalo da qualche parte, senza urgenza. Se no, scrivi o pensa in una riga cosa ti ha lasciato.
Riformula la frase mettendo alla fine la parte che vuoi tenere.
Respira. Quello che è stato è stato. In questo momento, "se" non esiste.
Quando non basta
Quello che ho scritto riguarda i rimpianti di tutti i giorni, quelli che passano e tornano. Se invece il ripensare è continuo, ti ruba il sonno o ti appesantisce le giornate, vale la pena parlarne con una persona di fiducia o con un professionista. Non vuol dire aver perso.
Tutto quello di cui parlo viene dalla mia esperienza, piccola, personale, ancora in corso. Non ho risposte definitive, solo domande che mi faccio e che provo a condividere.
E tu, qual è il "se" che ti fa più compagnia? Se ti va, scrivilo nei commenti.